Ultimamente il mondo dello sport sta parlando insistentemente del concetto di Resilienza che, in realtà, c’è sempre stato, ma probabilmente conosciuto più dai professionisti e dagli addetti ai lavori.

Ricordando gli anni passati sui banchi dell’Istituto Tecnico Industriale Statale del mio paese e cercando di dare un significato al termine pensando alla metallurgia, si può dire che la resilienza è la capacità di un metallo di resistere alle forse che vi vengono applicate. Metaforicamente, ma non troppo, la resilienza si può tradurre con la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. Quando incontriamo un evento stressante o dobbiamo fronteggiare delle difficoltà è la nostra parte cognitiva che entra in gioco. Riuscire a guardare la realtà in modo costruttivo e cercare di scorgere le vie d’uscita dove ad una prima impressione pare non ce ne siano significa Essere Resilienti.

La resilienza è quindi una caratteristica interessante sia nella vita quotidiana, sia per il mondo dello sport e, proprio in questa seconda sfera, è sicuramente più estremizzata: lo sforzo fisico e la stanchezza, infatti, non incidono solo sul fisico, ma il cervello lancia un allarme sotto forma di fatica ogni qualvolta si presenta una carenza di glucosio. Questo concetto, espresso in modo semplice, porta a pensare che non è l’efficienza muscolare a limitare una prestazione, ma una condizione mentale.

Molti studi stanno dimostrando come il fisico, seppur allenato, ha un suo declino (diciamocelo: questa cosa era sotto gli occhi di tutti), mentre la forza mentale può seguire una curva esponenziale  che aumenta poco nella fase finale (questa un po’ meno evidente, ma soprattutto ignorata), ma è sempre in aumento fino all’ultimo. E che ‘ultimo’.

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fig. 1 sull’asse dell’ascisse il tempo e sull’asse delle ordinate l’intensità della capacità mentale.

Ma come si concretizza la resilienza? Quali sono le azioni che ci permettono di capire se un individuo possiede e sperimenta una buona resilienza?

Di certo la competizione è una buona palestra, ma non bisogna pensare che la capacità dell’atleta di superare le difficoltà si possano esprimere solo in quel contesto. Potremmo quindi identificare due situazioni:

  1. Durante tutta la fase preparatoria della competizione stessa.
  2. Durante un momento clou, che potrebbe essere una competizione tanto attesa, durante la quale ci si scontra con un momento di difficoltà, un dolore particolarmente importante, piuttosto che un senso di esaurimento generale;

Nel primo caso l’uomo resiliente è in grado di affrontare la parte più difficile dell’atleta: l’allenamento. Essere consapevoli che, nel periodo antecedente ad una competizione, potrà essere necessario riuscire a correre durante orari ‘fuori dal comune’, per potersi allenare adeguatamente, vincere la fatica di farlo in “qualsiasi” condizione ed arrivare pronto e sicuro nel giorno della gara.

Nel secondo caso, invece, risulta necessario riconoscere la resilienza come strumento di benessere e sopravvivenza. Non si può pensare che l’uomo resiliente possa permettersi di sfondare e oltrepassare i propri limiti arrivando dove i comuni mortali non arrivano. L’uomo è resiliente quando è in grado di gestire proprio questo, ovvero di superare il limite senza esagerare, di andare oltre il dolore senza l’utilizzo sconsiderato di farmaci, oltrepassare il limite con la consapevolezza di avere ancora energia per continuare successivamente, nella competizione e nella Vita.

L’uomo resiliente, quindi, non è un super eroe che grazie alla testa riesce a fare 200km senza averne mai corsi 10, ma è colui che grazie alla testa arriva preparato, è capace di sconfinare di poco oltre i propri limiti ed è colui che riesce a farlo proprio perché in grado di rileggere la situazione da diverse prospettive: il ritiro, ad esempio non è visto come una sconfitta, ma uno strumento per modificare, cambiare o reimpostare un allenamento o un obiettivo.

Questo può succedere in una competizione, o nella vita quotidiana. Atleti come Barnes, Cudin o Borlenghi e atleti non professionisti riportano che, in seguito alla conclusione di competizioni particolarmente ostiche che li hanno messe a dura prova, hanno iniziato a vivere la quotidianità in modo diverso e, dopo ogni gara o evento, riconoscevano una ristrutturazione mentale sempre più positiva.

Allenare la mente, quindi, non può far altro che migliorare le nostre prestazioni in gara e nella vita quotidiana. Non ci resta altro che approfondire e scoprire come farlo in modo efficace ed efficiente.

Fonte da trailrunning.it
Maurizio Seneci
Trailrunner, Pedagogista Sportivo e istruttore di Trail Running –  www.seneci.com
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